LA PIETRA: MATERIALE PER COSTRUIRE
I marmi, e le altre pietre possiedono un fascino particolare dovuto alla loro origine “antichissima“: non in termini di secoli, ma addirittura di Ere geologiche. Le rocce che li hanno generati si sono formate nel corso di milioni di anni e sono il prodotto di sottili alchimie, di spaventosi fenomeni vulcanici, di mutevoli e complesse stratificazioni di sedimenti, di immani forze plasmatrici.
Tutto questo ha miracolosamente composto, cristallizzato, colorato, variegato, venato, un MATERIALE PER COSTRUIRE, mettendolo a disposizione in punti particolari della faccia della Terra: punti più fortunati nei quali le forze generatrici hanno casualmente realizzato una migliore combinazione, fornendo un materiale con caratteristiche confacenti agli impieghi previsti dall’uomo.
Il fascino dei materiali lapidei sta quindi nel loro essere nati molto prima di noi (come le stelle) e nel possedere una memoria evocativa di un tempo remoto: questo fascino si ravviva tutte le volte che scopriamo in una lastra di roccia dei resti fossili oppure proviamo a ipotizzare come si sono formate le sue venature di diverso colore.
I marmi e le pietre ci parlano inoltre degli uomini dei secoli che ci hanno preceduto attraverso il modo in cui essi sono stati estratti dalla terra, foggiati e usati nelle costruzioni.
La parola marmo, la parola travertino richiamano alla mente non solo singoli monumenti e costruzioni ma intere città, interi periodi storici.
Com’è abbiamo già accennato, i Romani indicavano con il termine marmo (parola di origine greca, che significava risplendere) qualsiasi pietra suscettibile di assumere pulimento speculare, cioè di essere lucida con gli utensili e le tecniche allora conosciute. Essi non consideravano la natura della roccia della quale era costituito il materiale lucidato: chiamavano quindi marmo vari tipi di rocce, come, ad esempio, calcari cristallini, alabastri calcarei, brecce, ecc., oltre ai marmi propriamente detti. Per lo stesso motivo, sembra che fossero considerati lapis, cioè pietre, (e non marmi) altre rocce, come graniti, porfidi, sienite, ecc., a causa della difficoltà di lucidare con i metodi di allora.
In tempi recenti entrò in uso una classificazione più precisa, basata sulle conoscenze tecniche acquisite dalla petrografia, e man mano si affermò la distinzione delle rocce in marmi, graniti, travertini e pietre.
L’insieme delle operazioni che permettono di estrarre dalle cave i materiali lapidei viene detto coltivazione delle rocce: e questa dicitura sembra quanto mai appropriata per descrivere un’attività, che alla stessa stregua dell’agricoltura, utilizza le risorse naturali per ricavare i mezzi necessari alla vita dell’uomo. Un’attività poi, come si scopre tutte le volte che si ha modo di visitare una cava, che aggiunge una buona quota di fascino al materiale, perché per tanti versi evoca la lotta incessante condotta dall’uomo per plasmare secondo suoi fini l’ambiente che lo circonda.
Partire da questi presupposti per affrontare le difficili tematiche che da sempre hanno interessato questo settore significa aver fatto già un notevole passo in avanti.
Se diventa dominio di tutti il fatto che i materiali lapidei sono una risorsa importante del territorio, alla stessa stregua di un qualsiasi prodotto agricolo, e che come tale può diventare, e in taluni casi è diventato, una fondamentale fonte di reddito, di occupazione e di sviluppo del territorio possiamo comprendere meglio come esistano possibilità concrete di integrare le attività estrattive con tutte le altre presenti.
Un cenno, per altro estremamente succinto, alle tecniche di estrazioni può essere comunque utile per riconoscerne alcune notevoli implicazioni sulla scelta e sulle possibilità d’impiego degli elementi prodotti. Il materiale viene staccato dalla sua posizione originaria mediante il cosiddetto taglio al monte, ricavando bancale di dimensioni variabili da una decina fino a qualche centinaio di metri cubi; le successive operazioni riguardano in genere il ribaltamento delle bancate sul piazzale di cava e la loro riquadratura in blocchi di dimensioni commerciali. Per eseguire queste operazioni, com’è noto, sono state applicate tecniche diverse che vanno da quelle tradizionali, basate essenzialmente su mezzi manuali, fino al ricorso a mezzi meccanici sempre più sofisticati come il taglio mediante filo diamantato e mediante catene dentate, che rappresentano gli ultimi perfezionamenti della tecnica estrattiva affermatisi nel settore.
I sistemi tradizionali più antichi producevano il distacco del blocco dalla cava mediante l’impiego di cunei di acciaio, inseriti in solchi allineati secondo le dimensioni del masso da ricavare oppure insinuati nelle spaccature naturali della roccia, buttati a fondo con pesanti mazze, fino ad ottenere la fenditura; si aumentava quindi il distacco del blocco, mediante la manovra di leve, binde, rulli, ecc., producendone infine il ribaltamento per avviarlo sulle successive lavorazioni.
Già alla fine dell’ottocento esistevano in provincia di Verona novantaquattro cave di marmi e pietre da costruzione concentrate principalmente nei comuni di Boscochiesanuova, Caprino, Prun, Sant’Ambrogio che davano occupazione a circa duecento addetti e a più di quattrocento operai tagliapietra, scalpellini e scultori principalmente a Sant’Ambrogio.
Già allora i marmi veronesi erano conosciuti ed apprezzati anche all’estero a Vienna furono largamente impiegati nelle maggiori costruzioni.
Al momento attuale non si può dire che sia completamente superata l’abitudine di denominare le pietre ornamentali con termini tradizionali risalenti ad un passato anche remoto oppure con termini tradizionali risalenti ad un passato anche remoto oppure con termini che nulla hanno a che vedere con la natura o con l’origine della roccia (quando non sono addirittura nomi di fantasia).
Tra i principali marmi di Verona, attualmente estratti, ricordiamo il ROSSO VERONA, il NEMBRO DI VERONA, la BRECCIA PERNICE, il ROSA DEL GARDA e il GIALLO REALE estratti da una trentina di cave distribuite nei comuni di Caprino, Sant’Ambrogio, Fumane, Dolcé, Sant’Anna d’Alfaedo, Selva di Progno e Roveré.
Un particolare riferimento va fatto alle cinquanta cave che estraggono pietra della Lessinia nei comuni di Sant’Anna d’Alfaedo e Fumane.
La scaglia rossa del Cretaceo superiore è conosciuta anche come Pietra di Prun dalla località che per prima ha saputo valorizzarla dal punto di vista economico.
A Prun l’estrazione avveniva in galleria a fronte di gravi pericoli e notevoli disagi per cui negli anni ‘50 l’attenzione dei cavatori si spostò sul Monte Loffa, un altopiano posto a nord - ovest di Sant’Anna d’Alfaedo, dove l’estrazione poteva avvenire a cielo aperto.
Questo particolare materiale lapideo, che nel frattempo ha acquisito il nome definitivo di PIETRA DELLA LESSINIA, grazie all’ottima consistenza, alla resistenza al gelo e alla compressione, e alla singolare disposizione in strati di diverso spessore si presta alle più svariate utilizzazioni.
Gli strati alti da pochi centimetri a qualche decimetro sono settantadue e i cavatori hanno dato a tutti un nome caratterizzato dalla pigmentazione (BIANCON, LASTA GRIGIA, LOA ROSSA), dall’uso prevalente (SECIAR, SECIARON), dalla loro posizione (MESETA DE BANCO, PELOSA DE FONDO, CORSO ULTIMO) o dalla facilità di estrazione (ZENTIL).
I pregi della PIETRA DELLA LESSINIA erano conosciuti anche dall’uomo preistorico che proprio sul Monte Loffa la utilizzò per costruire le sue dimore e per seppellire i suoi morti in tombe dette a cista.
Nei secoli successivi gli abitanti di Sant’Anna d’Alfaedo continuarono ad utilizzarla per costruire le loro case, compresi i caratteristici tetti, i luoghi di culto, pavimentare corti, delimitare le proprietà con muri a secco (marogne) o lastre verticali conficcate nel terreno e per realizzare elementi decorativi di grande effetto con forti significati socioculturali (architettura spontanea della Lessinia).
Negli ultimi decenni lo sviluppo industriale ha permesso la nascita di numerose aziende destinate all’estrazione e alla lavorazione della scaglia rossa.
L’avvento di nuove tecnologie di lavorazione e la sempre attenta opera di promozione del Consorzio “LA PIETRA” ha permesso la diffusione di questo materiale, decisamente unico nelle sue caratteristiche, sui mercati nazionali ed internazionali con positivi riflessi sull’economia locale.
Grazie ad un’accurata selezione la pietra viene offerta in una vasta gamma di qualità e con diverse tonalità che variano dal rosa al bianco grazie alla naturale struttura a strati della stessa.
È comunemente utilizzata a spacco naturale per tetti, muri a faccia a vista e rivestimenti.
Lavorata con taglio sega, levigata o graffiata valorizza balconate, cornici di finestre e porte.
La tradizione della Pietra della Lessinia garantisce restauri conservativi di grande naturalezza e pregio.
Soltanto la grande esperienza degli operatori del settore può determinare la scelta dello strato più adatto a particolari lavorazioni.
Utilizzando gli strati più compatti della pietra è possibile ottenere risultati di particolare pregio artistico che esaltano gli elementi destinati all’arredo interno ed esterno di strutture pubbliche e private.
L’evoluzione tecnologica ha portato negli ultimi decenni ad un forte sviluppo dell’industria della lavorazione del marmo, è noto a tutti che VERONA costituisce uno di poli marmiferi più importanti e figura al secondo posto nella graduatoria nazionale per l’esportazione di prodotti lapidei.
Se è vero che gran parte dei materiali ha origini lontane è pur vero che attualmente nella provincia operano un centinaio di aziende interessate all’attività estrattiva con circa duecentocinquanta addetti, che trenta aziende sono specializzate nella trasformazione della pietra della lessinia e che gli impianti per agglomerati occupano da soli circa quattrocentocinquanta addetti.
